Relazione del capitano distrettuale Uberto Baum al Ministero dell’Interno a Vienna (8 agosto 1916)

Quivi [in borgo San Rocco] c’era molta gente, in maggioranza donne, che mi circondarono e mi chiesero che cosa c’era di nuovo e che cosa dovevano fare. Io consigliai loro di allontanarsi dalla città perché il pericolo del fuoco italiano era grande.

Alle 10 arrivai presso il Palazzo del Municipio e, mentre il Commissario di polizia seguiva le proprie incombenze, ebbi ben presto molto da fare con i rappresentanti di tutti gli uffici della città.

Feci dare agli impiegati stipendio anticipato per tre mesi e presi provvedimenti per la loro ritirata e per il trasporto dei beni mobili – per quanto ciò fu possibile, dati gli scarsi mezzi e data anche l’assenza assoluta di ogni aiuto militare.

Devo far notare che le vie che circondano il palazzo municipale stavano sotto il fuoco intenso delle artiglierie italiane, e perciò non volli assumermi la responsabilità di mandare in giro dei messi per avvisare la popolazione nascosta nelle case e nelle cantine, perché questi sarebbero stati esposti a grandissimi pericoli, senza aver d’altra parte la possibilità di dare alla popolazione qualche utile aiuto.

Gran numero di shrapnells esplodevano con gran rapidità sopra a tutti i lati dell’edificio.

Anche nel Palazzo Municipale furono portati numerosi feriti, e tra questi un capitano. Poiché avevo compreso che il suo desiderio era quello di aver vicino a sé un impiegato per far testamento, mandai da lui il Winkler. Venne poi portata nell’edificio municipale una donna gravemente ferita al capo, per cui feci chiamare il medico distrettuale, il quale però dopo aver constatato l’inutilità di ogni sforzo, corse a casa ad impaccare le sue cose.

[…]

Per condurre a compimento tutto ciò [la comunicazione dell’ordine di sgombero alla popolazione di Gorizia e di Salcano] non avevo a mia disposizione che tre guardie militarizzate; la gendarmeria era già partita il giorno prima. Quindi desistetti senz’altro dall’inviare un messo a Salcano che dista da Gorizia quattro chilometri. Si avverò poi la supposizione che la gente di Salcano erasi ormai ritirata nei giorni precedenti insieme con le truppe, a cagione dell’aspro combattimento quivi avvenuto.

[…]

Chiesi ed ottenni dall’ufficio approvvigionamenti un cavallo ed una carretta ed inviai tosto il cocchiere verso il Capitanato distrettuale. Là lo raggiunsi ben presto, seguito dal dott. Svetek. La piazza Grande mi offrì uno spettacolo desolante. Sotto il portico dell’edificio trovai bensì le due guardie inviatevi già nella mattinata, ma il carro con il cocchiere non c’era più. L’usciere, che durante tutto questo tempo era rimasto inoperoso nel palazzo e certo di dover morire non aveva fatto altro che pregare, aveva mandato via ingenuamente il cocchiere, dicendogli che non c’era più bisogno di lui “non essendo stato chiamato”. Su mio ordine perentorio egli si recò a cercare l’uomo e lo ricondusse nuovamente al palazzo.

Frattanto feci un’ispezione all’edificio e trovai parte del tetto che copriva le scale di servizio completamente scoperto. Alcuni proiettili avevano colpito la parte principale e l’ala che dà nel cortile. Aiutato dal dott. Svetek misi assieme gli atti che trovai sul mio scrittoio al secondo piano e che disposi in una cassa di mia proprietà e quindi mi recai in fretta nella mia abitazione e gettai nelle tre casse che ancora avevo tutto quello che mi capitò tra le mani.

Mentre mi trovavo nella camera d’angolo, prospiciente sulla Piazza Grande, scoppiò ad una distanza di 50 metri un grosso shrapnell ed un denso ed acre fumo penetrò nella stanza, tanto che dovetti aprire in fretta le finestre di tutte le stanze, precedentemente chiuse, onde provocare forte corrente d’aria. Erano le 15.50 allorché lasciai Gorizia.

(Ampi brani della relazione del capitano distrettuale Uberto Baum von Appelshohen al Ministero dell’Interno a Vienna sono contenuti in La guerra e il Friuli.)