Le memorie dell’ing. Del Neri  (8-10 agosto 1916)

Verso le 16 dell’8 agosto abbiamo netta l’impressione che sta avvenendo la ritirata degli austriaci dopo che le nostre pattuglie di avanguardia hanno raggiunto nel centro della città le attuali via IX Agosto, XXIV Maggio e Diaz [vie Usina, Tre Re e Alvarez] e dopo uno scambio di fucilate dagli angoli delle case e dei portoni, a due-trecento metri di distanza. Le perdite sono evidenti e notevoli, anche fra i civili imprudenti colpiti da bombe a mano in via Leoni.

Quanto si può osservare dall’atrio del Municipio è impressionante, dopo il silenzio seguito ai bombardamenti che avevano durato più di 24 ore. Le notizie sono scarse dalle zone ancora occupate dalle retroguardie austriache e ci si domanda: che cosa succerà ora? Sono spariti, come per incanto, i sanitari, gli impiegati, il segretario comunale e gli addetti ai servizi, compresi i pompieri.

Rimasto solo uomo nell’atrio del Municipio,con alcune donne del popolo ferite, dopo le 17 sento dire dell’avvenuto ritiro delle truppe austriache oltre l’Isonzo, a nord della città. La città è priva di vita e tutti sono impensieriti per le incognite che ci riserva la notte prossima. Io faccio la spola tra le fucilate che prendono di infilata la via Garibaldi [via Teatro], tra il Municipio e la casa dove erano rifugiati i miei genitori e mia moglie. Considero fortunati i pochi cittadini che possono, seppure storditi, restare a casa o nei ricoveri in attesa della liberazione, intuita da tutti come imminente.

Nella cantina del Municipio è accesa una candela e ci sono cinque o sei feriti molto anziani. I bambini terrorizzati non hanno più la forza di piangere. È subentrato il silenzio. Non c’è speranza di avere latte, perché la stalla è stata vuotata, né di trovare generi alimentari perché è tutto chiuso. L’acqua è scarsa e manca l’energia per l’acquedotto.

È circa mezzanotte. Sento uno scalpitio attraverso il parco municipale ed una voce che chiama sotto i cedri i fontanieri ed i pompieri i quali, per ordine di un capitano ungherese, dovrebbero seguire gli austriaci a Kemperlisce, pena l’accusa di diserzione. Alla domanda se sono ancora presenti, rispondo seccamente di no!

L’attesa si fa tremendamente impressionante, anche da parte delle popolane e dei vecchi che, di quando in quando, vengono di corsa al Municipio per avere notizie, riportando notizie esagerate che mettono il panico tra i presenti. Io cerco di non lasciarmi impressionare e cerco di calmare tutti. Rincuoro le donne esasperate per una situazione piena di incognite, perché ogni tanto si dice che truppe austriache marciano dal S. Marco e dalla Val di Rose sulla città vuota e si dice che sono già state viste in diversi posti adiacenti alla zona centrale della città. È difficile farsi ubbidire dai più coraggiosi tra gli uomini, dalle donne e dai ragazzi di restare a casa e di non tentare di portarsi nella zona bassa della città, come Straccis, Zingraf, ferrovia, via Leoni. Nessun servizio. Ancora feriti.

Il silenzio si fa pauroso tra la una e le quattro del 9 agosto. Sono sempre fermo nell’atrio del Municipio, disperato, cosciente di essere stato colpito dal destino di fare da capo della popolazione, senza speciale mandato, ma di dover accettare, per senso del dovere, il compito di aiutare chi ha bisogno in queste ore di estremo isolamento.

Tutt’in giro sono incendi, i più grossi in via Sauro [via Dogana], in piazza della Vittoria [piazza Grande] ed in via Monache.

All’alba, sempre più esasperato (c’è una donna, con una ferita in testa, partoriente) cammino a braccia incrociate ed a testa bassa sotto l’atrio del Municipio e sento improvvisamente rumori lontani. Da dove vengono? Da sud o da est?

Finalmente, verso le cinque del mattino, vedo un bel sergente dei bersaglieri provenire di corsa da via Trieste, simpaticamente deciso ad affrontare chicchessia, e fermarsi improvvisamente, pistola spianata in mano, davanti al portone dell’atrio del palazzo municipale. Vedendomi solo, mi chiede ad alta voce, minaccioso: “Ci sono ancora qui gli austriaci?”.

Non gli sono, per la verità, corso incontro, come avrei fatto in altro momento di calma e se fossi stato meno turbato. Da fermo rispondo: “Sono andati via, da ieri sera. Venite presto, ché ho feriti, qui a terra ed in cantina”.

Non ho ben finito, che il bersagliere, girata la bicicletta, parte di scatto verso donde era venuto. Pochi minuti dopo, rintracciata la mia bicicletta, gli corro dietro.

Mi sono appena mosso, che donne provenienti con fiori e tricolori da via Garibaldi, via Mazzini e via Sauro [vie Teatro, Municipio e Dogana] mi bloccano e, informate del mio incontro con il bersagliere, gridano di gioia, richiamando altre persone che impazienti erano rintanate da oltre dieci ore, fra le quali il segretario De Vecchi con due sorelle, il dott. Borghesaleo e tanti altri.

Subito dopo, attorniati dalla folla, arrivano, da via Sauro [via Dogana], i lancieri ed al galoppo infilano via Mazzini [via Municipio], proseguendo oltre. C’è una confusione tremenda per me. Feriti, collaboratori perduti di vista e creduti scomparsi, uno dopo l’altro accorrono e, come me confusi, volonterosi di dare aiuto, mi chiedono ordini per ripristinare la luce e l’acqua e per procurare medicinali ai tanti feriti e ammalati.

Mi sento addosso, a questo punto, una grande e grave responsabilità. Come faccio, da solo, a soddisfare tante richieste urgenti? Molti concittadini che avrebbero potuto aiutarmi, per la gioia esplosa non mi danno retta, non mi stanno a sentire, anelanti a festeggiare subito l’arrivo delle truppe italiane.

Verso le nove avviene la mia liberazione. A cavallo ed a piedi mi sono attorno tre o quattro alti gradi dell’Esercito, con i loro collaboratori. Assieme ad alcuni amici del Comune vengo accompagnato dal centro del crocevia all’angolo di via Mazzini [via Municipio], dove oggi c’è un negozio di scarpe. Dopo aver presentato le richieste più urgenti, dettate dalla situazione e dopo l’esame della situazione dei servizi comunali, acquedotto, luce, e delle necessità dei rifornimenti per i più bisognosi e per l’assistenza ospedaliera e medicinali, il gruppo con gli alti ufficiali raggiunge un altro gruppo più numeroso che attendeva attorno alla fontana del giardino pubblico in Corso Verdi [via del Giardino].

Frattanto in tutti i rioni di Gorizia si radunano donne e vecchi con i tricolori levati dai nascondigli. Le scene di giubilo si svolgono incessanti, ma io non posso seguirle. Sono molto, sempre più, preoccupato per la necessità di ripristinare gli impianti, specialmente la centrale elettrica col suo motore a scoppio colpito e fuso, col pozzo e le pompe sull’Isonzo non funzionanti, con l’acquedotto di Moncorona tagliato fuori e la condotta principale saltata in Piazza Catterini.

Inviati, subito all’indomani, alcuni motoristi a Milano per prelevare pezzi di ricambio, finalmente ricomincia, grazie alla buona volontà ed alla calma succeduti ai festeggiamenti, il ritmo di vita necessario per essere lieti, giorno per giorno, nel ricordo del dovere compiuto allo scopo lenire le altrui sofferenze, provocate dalla lunga attesa.

Provveduto a spegnere i residui focolai d’incendio in città e nelle prime linee ormai oltrepassate, racimolando gli scarsi pompieri dei quali molti anziani e stremati, e costituito dal Comando Supremo il Commissariato Civile del Comune, ogni più importante servizio pubblico viene affidato ad ufficiali e personale distaccato dall’Esercito e tra questi il servizio antincendi, quello dell’acquedotto, l’ospedaliero, il servizio civile ed urbano ed il sanitario con il nuovo cimitero.

(Riccardo Del Neri. [Memorie], in Egone Lodatti. Gli Asburgo imperanti su Gorizia italiana per 419 anni. Gorizia, Grafica goriziana, 1997, p. 357-360)