Il ritorno di un bambino a Gorizia

“Si torna a casa” disse papà quel giorno, sedendosi a tavola in mezzo a loro dopo aver letto una lettera appena giunta.

[…] Per i bambini era la sola cosa che contava. A loro non interessava affatto che la banca – che aveva promesso a papà di assumerlo appena possibile – stesse per riaprire gli sportelli, grazie al ritorno della pace. Né che le lesioni subite dalla casa a causa dei bombardamenti fossero state riparate. Questi problemi appartenevano al mondo dei grandi ed erano misteriosi come tutto ciò che a quel mondo apparteneva. Ai bambini non interessavano neppure i faticosi preparativi della partenza, che tenevano impegnati genitori e nonni dalla mattina alla sera. […]

Per i bambini non esistevano addii dolorosi. Le scuole, seppure ufficialmente già aperte, non avevano ancora cominciato a funzionare a causa delle quasi quotidiane manifestazioni di giubilo per la vittoria e i compagni dell’anno precedente erano stati dimenticati durante le vacanze. […]

Un viaggio interminabile, nel quale le notti si alternavano ai giorni, su un treno che fermava in tutte le stazioni e a volte anche in aperta campagna, per dare la precedenza ai convogli militari che ancora non avevano cessato il loro andirivieni. […]

Infine arrivarono. Era una piccola stazione senza tettoia, usciti dalla quale non videro altro che uno spiazzo e una strada, deserti entrambi e privi di edifici. Solo ai lati della strada due terrapieni, dei quali non si capiva la funzione.

Papà li fece salire su una carrozza che – dopo un lungo viale alberato e alcune brevi vie – li portò fin davanti a casa.

Era molto diversa dai palazzi della grande città che avevano lasciato, ma ispirava più fiducia in quanto – nella via tranquilla percorsa da qualche raro pedone – si distingueva dalle altre che invece mostravano ancora le ferite della guerra finita da poco.

Si aprì una finestra al pianterreno.

“Ben arrivati” dissero gli inquilini, due coniugi anziani e cordiali. “Hanno fatto buon viaggio?”

“Siamo molto stanchi” rispose papà, mentre la mamma si limitò a un cenno del capo.

“Eh, lo credo bene” proseguì il signor Sdraule. “Anche noi ci siamo sistemati da poco, ma un po’ di aiuto ve lo posso dare.”

Entrarono. Ammirarono le grandi stufe di maiolica, la cucina con il camino e il forno, le stanze e la loro camera.

“Bambini, ora vi cambio, vi do un piatto di minestra e via a letto” disse la mamma.

Il giorno dopo scesero con papà in giardino. Che bellezza un giardino in casa… Avere uno spazio dove poter giocare senza andare fino al parco pubblico.

“Ecco” disse papà, “qui metteremo un recinto per i polli, qui piantermo degli alberi da frutto… Qui fiori e qui fagioli.”

A un tratto si fermò trattenendoli. In terra c’era qualcosa che assomigliava a una pigna, ma era tutta di ferro. Papà si volse verso la mamma che li guardava dalla finestra ed esclamò: “C’è una bomba!”

Li prese subito per mano, riportandoli in casa.

“Per venire a giocare qui dovrete aspettare qualche giorno” disse loro. “Abbiate pazienza…”

(Giorgio Richetti. Tornare a casa. Il percorso di un uomo attraverso i suoi racconti. Arcidosso (Gr), Effigi, 2015, p. 27-29)