Dal Collio alla Sicilia: i ricordi di Milka Šosteršič
Qualche giorno più tardi ricevemmo l’ordine di partire. Nostra madre vendette la mucca e con un camion militare ci portarono a Udine dove restammo per pochi giorni. Poi ci misero sul treno che ci portò verso l’Italia del sud. Per circa due mesi trovammo asilo in una scuola di Firenze. Si trattò di una permanenza abbastanza piacevole, ma i miei occhi peggioravano di giorno in giorno. L’assistenza medica non era tra le migliori e ciò fu fatale per il mio fratellino più piccolo. Il piccolo Mirko di un anno si ammalò di morbillo e morì pochi giorni più tardi.
Dovemmo trasferirci di nuovo. Con il treno viaggiammo fino a Pescara, in Abruzzo, poi con l’autobus fino a Spoltore, un paesino sulla collina, non lontano dalla città. I miei occhi stavano peggiorando di giorno in giorno. Tutt’intorno mi si formarono dei brutti bubboni e avevo tanta paura di diventare cieca. Per fortuna in un paese vicino viveva un medico, che mi faceva visita ogni giorno e con varie pomate mi aiutò a guarire. L’infezione era del tutto sparita. Per la sua gentilezza gli sono grata ancora oggi.
Rimanemmo in Abruzzo per circa tre mesi. Durante questo periodo mia madre cercò in tutti i modi di sapere dove potesse trovarsi mio padre. Finalmente giunse la notizia che papà era vivo, internato in Sicilia. Preso dalle prime pattuglie italiane, accusato di spionaggio. La mamma presentò molte domande alle autorità chiedendo loro di permettere a papà di raggiungerci, ma la risposta fu sempre negativa. “Se volete vivere con vostro padre, dovete raggiungerlo in Sicilia”, ci consigliarono. Decidemmo allora di andare in Sicilia. Viaggiammo in treno fino a Reggio Calabria, dove il treno salì sul traghetto. In meno di mezz’ora arrivammo a Messina e da lì tra uliveti e piantagioni di arance il treno ci portò fino alla stazione di Leonforte, nel centro della Sicilia. Papà ci aspettava nella vicina cittadina di Nicosia, in provincia di Enna. Era un paesaggio collinare, che in linea di massima assomigliava al nostro Collio. Nelle giornate serene si poteva vedere il vulcano Etna, a circa cinquanta chilometri ad est di Nicosia.
Nostro padre sistemò il nostro alloggio che però era tutt’altro che un luogo comodo per vivere. Anche ad Oslavia non si viveva in ricchezza, ma le nostre case erano pulite e ordinate; ciò che trovammo in Sicilia superò anche la più pessimistica opinione dell’Italia meridionale. Nelle abitazioni la gente viveva assieme agli animali domestici.
[…] Oltre a noi a Nicosia furono portati diversi abitanti del Collio, la maggior parte provenivano da Smartno (S. Martino). C’erano perfino due signore di Salcano. Non mi è per niente chiaro, come mai le due donne si sono trovate tra i profughi in Italia, dato che Salcano era lontano dal fronte, nelle retrovie austriache. A Nicosia c’erano anche molti friulani di Mossa e di altri paesi vicini. Non lontano dalla nostra abitazione c’era un grande edificio, dove alloggiavano un centinaio di prigionieri di guerra austriaci.
Le autorità non ci trattavano troppo bene. “Voi non siete profughi, ma internati”, ci sentivamo ripetere. Per questo motivo non percepivamo il sussidio che veniva assegnato ai profughi. Per poter sopravvivere dovemmo affrontare qualsiasi tipo di lavoro. Io andavo a pulire e mettere in ordine il misero appartamento di un’anziana maestra. Per questi servizi ricevevo 2 lire al mese. Mio papà e mio fratello Jožef aiutavano gli agricoltori nelle vicinanze. Mio fratello Alojz invece trovò un impiego presso una compagnia che cercava il petrolio non lontano da Nicosia.
In generale non ci potevamo lamentare, ma il caldo terribile ci affliggeva. In quei luoghi tutto fiorisce già a Natale! […]
Mio padre voleva che io e mio fratello Jožef frequentassimo la scuola. il sindaco ci rilasciò il permesso, ma a scuola rimanemmo poco. Il preside ci cacciò letteralmente dalla scuola, dicendo che i figli degli internati non hanno il diritto di frequentare la scuola. […]
Come detto, le autorità non ci trattavano troppo bene, ma il comportamento degli abitanti di Nicosia nei nostri confronti fu rispettoso e, se c’era bisogno, ci aiutavano volentieri. A Nicosia rimanemmo per quattro lunghissimi anni inserendoci molto bene nella vita di quei luoghi. Soprattutto noi bambini ci ambientammo con facilità imparando abbastanza presto il dialetto locale. A casa pertanto parlavamo una strana mistura di dialetto siciliano e sloveno. Nostra madre quasi non ci capiva più.
La testimonianza di Milka Šosteršič (classe 1906) di Oslavia è tratta da: Vili Prinčič. Testimonianze di profughi goriziani, in “Il Territorio”, 1998, n. 10, p. 73-74.