I ricordi di Clelia Resen Cassanego (7-10 agosto 1916)
Nell’agosto del 1916 la mia famiglia si trovava a Gorizia. Abitavamo nell’edificio centrale del manicomio perché lo zio Ugo Persa, essendo amministratore della Provincia, aveva avuto l’incarico di custodire i beni dell’ente dopo l’abbandono della città da parte di tutti i funzionari. Con noi c’era, oltre alla famiglia dello zio, un giovane maestro della scuola agraria, Antonio de Corti, e un operaio, il signor Fechner, addetto alla cura dell’impianto elettrico. In fondo al podere del manicomio erano alloggiati anche alcuni contadini. Nella famiglia c’erano la nonna, mia madre, mio fratello, mia sorella e la zia Avanzini.
[…]
Fino al giorno 6 o 7 agosto non avevamo avuto una idea precisa di quello che si stava preparando perché gli attacchi e i cannoneggiamenti erano all’ordine del giorno dopo un anno di guerra. Però il 7 di mattina, ricordo benissimo che era proprio il 7 perché stavo facendo i compiti e stavo scrivendo quella data, arrivarono alcuni soldati austriaci con i fucili e le baionette innastate, guidati da due “cucchi”, cioè da due spioni. Il drappello di militari veniva a prendere lo zio Ugo Persa: lo portarono via dicendo che doveva raggiungere il suo reggimento. Cercarono anche invano, in tutta la casa, il De Corti il quale era fuggito. I soldati, entrando nelle camere da letto, infilavano la baionetta nel materasso, e la cosa mi fece una strana impressione, non proprio di paura: ero infatti molto stupita perché non riuscivo a rendermi conto del fatto che, così facendo, gli austriaci si accertavano che sotto i materassi non si nascondesse qualcuno.
Fu questa la prima avvisaglia che gli italiani dovevano essere ormai vicini, perché altrimenti gli austriaci non sarebbero venuti a perquisire le case. Alcune ore più tardi, sempre nel giorno 7, il meccanico Fechner prese il carro con i buoi, caricò la roba, attaccò dietro le mucche che si trovavano nella stalla e se ne andò portando con sé anche una famiglia di contadini.
A questo punto cominciò l’attesa: “Vengono o non vengono? Dove saranno? Perché gli austriaci se ne vanno?”. Ad un certo momento cominciarono a passare i carri, i cannoni e le truppe che si ritiravano giù per la via S. Pietro, verso il San Marco e Vertoiba, passando per la via Scuola Agraria.
Il giorno 8 mattina ritornò De Corti, tutto sporco e stravolto: poiché era un giovane sempre pulito e pettinato, rimasi molto sorpresa e anche sconvolta nel vederlo in quello stato. Disse che aveva vagato tutta la notte per la città e che gli austriaci si erano tutti ritirati: in città non c’era più nessuno e la mattina dell’8 aveva visto arrivare i primi soldati italiani.
Figurarsi l’entusiasmo di tutti quanti!
Il 9 mattina venne un contadino a confermare l’arrivo degli italiani.
Era spaventatissimo. Allora mia nonna gli chiese in friulano: “Non avrete visto mica il diavolo, no?” Questo rispose: “Sono come diavoli!” Allora mia madre decise di andar loro incontro. In piena battaglia – si può dire – ci prese con sé e prese un grande mastello d’acqua con un ramaiolo pensando che i soldati dovessero avere sete.
Li vedemmo arrivare. Di fatti erano come diavoli. Noi avevamo il concetto del bersagliere con il cappello piumato, come erano i nostri fantocci e le bambole vestite da bersagliere. E invece quali straccioni! Erano veramente dei disgraziati! Ma come potevano essere dopo giornate di combattimento? Scamiciati, con il fez rosso in testa, barbuti, con il pugnale fra i denti e la baionetta innastata, pronti per sparare o infilzare.
Mentre mia madre si avvicinava, da dietro un filare di peri saltò fuori un ufficiale. La mamma, dopo aver messo il mastello per terra, gli disse più o meno queste parole: “Noi abitiamo qui, non c’è nessuno, gli austriaci se ne sono andati. Potete fare con calma, venite avanti se volete bere, potete bere.” L’ufficiale le rispose: “Fate bere prima i vostri bambini.” Era una cosa naturale, per gli italiani noi eravamo austriaci e potevano pensare che li volessimo avvelenare.
Mi ricordo che mia madre lo guardò sbalordita, poi capì che era anche una cosa logica, e si inginocchiò: “Bevete, bevete bambini, facciamo vedere che l’acqua è buona.” Ricordo che guardavo mia madre piangere perché lo choc era stato forte: lei andava entusiasta e si trovava di fronte alla diffidenza. Poi l’ufficiale venne con noi in casa, mia nonna gli disse che c’erano tante provviste e le mise a disposizione.
Poi non ricordo di aver visto altri soldati perché ci portarono in cantina e questo ufficiale disse di non lasciarci andare in giro e di rientrare tutti.
Rimanemmo in casa fino alla sera e quella notte fu la prima che dormimmo in cantina, perché già gli austriaci sparavano dal San Marco.
La notte tra il 9 e il 10 vennero tutti i nostri volontari che erano sul Calvario. Il primo fu Venezia, poi Camisi e Stecchina. Ci prendevano, ci abbracciavano, piangevano. È difficile trovare aggettivi capaci di qualificare quella scena: era entusiasmo, era felicità, era commozione.
Il giorno dopo ci consigliarono di andar via, anzi ci imposero di andar via, perché incominciavano ad arrivare le granate. Fu colpita anche la palazzina centrale del manicomio e cominciarono a crollare, perché colpite dalle bombe, tutte le villette dello psichiatrico.
Allora ci avviammo verso la nostra casa di via Nazario Sauro [via Dogana] e mi ricordo che andammo in carrozza, mentre la nonna Persa con la zia Avanzini vennero a piedi e ci misero molto perché ormai tutto il rione di San Rocco era sotto tiro e bruciava.
Questo avvenne per opera degli austriaci che sparavano dal San Marco. Fu incendiato tutto il rione attorno a noi: bruciava l’edificio dove attualmente [1986] ha sede il Comando dei Carabinieri in via Nazario Sauro, bruciavano le case di quella che oggi è via Barzellini. Non c’era acqua e le fiamme divampavano paurosamente.
Poi incominciarono ad arrivare i primi morti, una cosa che io non dimenticherò mai, che continuo a vedere come in un film.
Venivano dalla via Mazzini, allora si chiamava via del Municipio, i “birocci”, cioè i carretti con due ruote grandi tirati dai muli: sopra erano accatastati questi morti così, come selvaggina, come pesci l’uno addosso all’altro.
La prima carretta era coperta dalla bandiera tricolore, le altre dietro niente. Per terra c’era il rigagnolo di sangue che correva lungo il canaletto centrale di scolo.
Li portavano a seppellire nel fondo Fogar che poi diventò il Cimitero degli Eroi.
Noi rimanemmo in casa fino al giorno 16, poi venne mio padre e ci portò a Udine.
(Clelia Cassanego. Testimonianza in 8-9 agosto 1916. La presa di Gorizia. Immagini, documenti, memorie. Mostra allestita nel 70° anniversario. Catalogo a cura di Maria Masau Dan, Annalia Delneri. Gorizia, Museo Provinciale, 1986, p. 60-62)