Relazione di mons. Castelliz all’arcivescovo Sedej (6-7 agosto 1916)

Vipacco, 11 agosto [1916]

Verso le ore 3 pomeridiane della scorsa domenica [6 agosto] sono stato chiamato fuori di casa. In città si era sparsa la notizia che i militari hanno rinunziato a Gorizia e che l’abbandonano temporaneamente. Mi affaccio al portone principale e vedo passare i carri del Comando di Tappa sovraccarichi. I soldati seduti sulle balle sono di buon umore e bevono vino da grandi fiaschi. A un medico reggimentale che passava in tutta fretta chiedo quale sia il motivo dell’esodo. Egli mi risponde: “Noi abbandoniamo la città”. Mando il domestico dalla polizia, e anche lì dicono: “Noi partiamo subito. Anche la Posta se ne va”.

Stavo appunto pensando sul da farsi, quando apparve un tenente per invitarmi, a nome del generale di brigata, ad abbandonare la città quanto prima possibile e a portarmi in luogo sicuro. Anche lo Stato Maggiore va via. Quanto prima possibile? Ma io non dispongo di alcun carro e non si può trovare un cavallo. Le granate non cessando di cadere, la città brucia in diversi punti, la via Rastello è sinistramente illuminata da una casa in fiamme. Impacchetto in tutta fretta alcuni capi di vestiario, e così facendo, come al solito, vengono dimenticate le cose più preziose. Tutto ad un tratto risuona una voce: gli italiani sono già al ponte! Manca il cavallo, manca il carro e il nemico sarà presto qui! Cosa devo fare con il mio diario di guerra, tanto compromettente di fronte agli italiani? Dovrebbero impiccarmi a causa dello stesso? Corro nella mia stanza, prendo i tre quaderni, li porto in cucina e li butto sul fuoco. Addio, frutto di un costante e diligente lavoro di due anni! È stata una decisione precipitosa, ma in momenti simili, quando de cute agitur, non si pensa e non si agisce come in condizioni normali.

Finalmente ecco un carro da trasporto. Alle ore 11 [di sera] partiamo, io e don Grusovin quali cocchieri, dopo che erano state date alla servitù tutte le disposizioni per ogni evenienza. Viaggiamo tutta la notte nel buio, in mezzo a interminabili file di soldati e di carri – una vera odissea – e alle 6 del mattino successivo arrivammo ad Aidussina. Dopo la santa messa andai al capitanato distrettuale e all’ufficio della commissione di assistenza per prendere i necessari provvedimenti in merito al trasporto del mio ufficio di pagamento ad Aidussina. Dal tenente colonnello comandante della piazza, che avevo pregato di mettermi in comunicazione telefonica con il Comando di Divisione a Montespino, venni a sapere che la situazione era seria e che gli italiani potevano da un momento all’altro occupare la città.

(Francesco Castelliz. [Lettera dell’11 agosto 1916 all’arcivescovo Francesco Borgia Sedej], in Camillo Medeot. Lettere da Gorizia a Zatičina. Udine, La nuova base, 1975, p. 77-78)