La fuga da Gorizia delle orfanelle del “Contavalle”. I ricordi di una suora
Sei lunghi mesi abbiamo passato fra l’assordante rumore dei cannoni e l’acuto fischiare delle granate nemiche, sfidando impavide tutto l’orrore d’una guerra spietata, pur di non abbandonare la nostra diletta Gorizia, terra di santi ricordi.
Ma già il primo giorno del bombardamento – 18 novembre 1915 – all’una pomeridia, una bomba nemica, gettata da un aeroplano inglese, come fu constatato poi, rovinò la nostra graziosa Cappella e due granate colpirono la parte superiore della casa, con immenso spavento delle nostre povere orfanelle e con viva trepidazione di noi temendo di essere sepolte sotto le macerie.
Le bambine urlavano, supplicando Iddio di aiuto e di difesa. Otto giorni siamo vissute nella triste agonia tra la vita e la morte!
Il giorno 26 – memorabile per noi! – ci fu intimato di fuggire per non rimanere, da un momento all’altro, sepolte sotto le rovine del convento.
Alle 10 ant. eravamo pronte con il puro necessario. In via Dreossi, vicino allo spedale civico, ci attendevano i carri per trasportarci alla stazione di Volciadraga. A questa notizia, noi suore, eravamo in trepidazione, non per noi certamente, benché conoscevamo gli stenti che ci attendevano, ma per le nostre orfanelle le quali, povere innocenti, si immaginavano un viaggio di piacere.
Uscimmo dunque di corsa, ognuna portando o trascinando seco il proprio fardello, con le cose più indispensabili, che si dovette raccogliere lì per lì. Scendemmo dal Castello per la via del Colle senza aver potuto dare uno sguardo affettuoso, un addio dolente a quelle care mura, che ci servirono per tanti anni di nido soave ed indisturbato… temendo persino di volgersi o di fare la minima sosta, perché le granate, che tempestavano, ci seguivano minacciose, inesorabili, sì che ci tremava il cuore in petto.
Spossate, stanche senza respiro, quando Dio volle, giungemmo sotto l’androna dello Spedale.
Qui la nostra superiora suor Anna Probst, aiutata dalle nostre consorelle, disponeva i pacchi sui carri tirati da vecchi ronzini e, finito, vi facevamo salire le nostre orfanelle; noi ci mettemmo, per loro sicurezza, ai fianchi e la carovana s’avvia tra le grida desolate: Addio Gorizia, addio nostro indimenticabile Istituto!
Si procedeva a sbalzi tra il cupo rombare dei cannoni e lo scroscio delle mitragliatrici, sotto la guardia di Dio tanto tenero per la fanciullezza.
A Volciadraga vi trovammo un formicolio di soldati pronti per la partenza, tutti in uno stato da non dirsi. Le nostre buone fanciulle intenerite, mosse a pietà per quegli eroi, distribuirono loro del pane privando se stesse. Non c’era da scegliere fra carità e carità, eran tutti fratelli, qualsiasi lingua parlassero, erano i difensori della nostra cara Gorizia, quelli che ci aprivano fra stenti e pericoli, la via sforzata dell’esilio. […]
(testimonianza di una delle Suore di Carità profuga a Graz riportata nell’articolo: Rocco. Il Calvario degli Innocenti. La fuga da Gorizia delle suore ed orfanelle dell’Istituto “Contavalle”, in “L’Eco del Litorale” del 7 giugno 1917 e succ. Si tratta probabilmente di suor Raffaella, al secolo Giuseppina Trampus: cfr. Luigi Tavano. Assistenza e sanità a Gorizia: le Suore di Carità, 1846-1984.
Gorizia, Suore di carità di S. Vincenzo de’ Paoli, 1984, p. 159-162)