I ricordi di Anton Brecelj: la strage degli operai militarizzati

Anton Brecelj (1875-1943), originario di Žapuže, racconta la giornata del 22 novembre 1915, quando nel corso del bombardamento di Gorizia viene colpita l’area di Piazza Rotta (attuale sito della sede della Regione e dell’auditorium, in via Roma) adibita alla costruzione di reticolati da utilizzare a difesa delle postazioni austriache sul fronte del Collio e dell’Isonzo. I morti e feriti tra gli operai militarizzati impiegati per il lavoro sono numerosissimi. I ricordi del medico, pubblicati nel 1935 sul periodico “Mladica” con il titolo Zdravilo za življenije in smrt, sono una testimonianza diretta della tragedia.

[22 novembre 1915]

Andai in città a piedi tra un via vai di soldati per la strada, che era la principale arteria di comunicazione fra la prima linea e le retrovie ed era abbastanza ben riparata dalle cannonate. Era evidente che, specialmente intorno alla Casa Rossa, cadevano a volte bombe d’aereo, molte buche profonde si erano aperte ai lati della strada, nelle case le finestre erano andate in frantumi e i tetti distrutti.

La città era un deserto, sull’ampia Piazza S. Antonio tranne i militari non c’era anima viva. In Piazza del Duomo e in Via del Duomo operai militarizzati sgombravano le macerie delle case distrutte. Tuttavia dal giorno prima aveva ripreso vita la piazza della Camera del commercio e dell’artigianato e così pure la contigua larga Via Morelli; non so da dove avessero trasferito l’officina per la costruzione dei cavalli di Frisia e di altri sbarramenti. Gli operai militarizzati, uomini affamati ricoperti di stracci militari, si davano da fare a lavorare, segare pali, legarli insieme e fasciarli con filo spinato. Si aggirava tra di loro un sottufficiale panciuto dal grossolano volto cianotico, che imprecava senza posa, bestemmiando in maniera disgustosa e a volte addirittura colpendo qualcuno con un grosso randello. Mi facevano pena questi miserabili, che affamati dovevano lavorare dall’alba al crepuscolo, e la sera portare ancora sbarramenti davanti alle trincee.

Da queste mie tristi osservazioni e riflessioni mi riscosse un noto ronzio: alto nel cielo girava un aerostato nemico senza per nulla curarsi degli shrapnel che gli sibilavano contro e che evidentemente non lo raggiungevano. Chissà quale vittima per i cannoni va a scegliere, pensai fra me, e me ne andai all’ospedale dove mi aspettava una mole di lavoro. In quei giorni a causa dei pozzi d’acqua infetta in città e nei dintorni si stavano già notevolmente diffondendo i casi di tifo e di dissenteria, tanto che l’ospedale era sempre strapieno.

Passò così la mattinata. Dopo il pranzo […] Con uno stridio spaventoso piombò giù una granata, esplodendo lì vicino con un fragore penetrante, dopo di essa una seconda e una terza e una quarta. Gli scoppi successivi si allontanarono in direzione del Castello.

Cercavo di indovinare a che pro bombardassero con cannoni di così grosso calibro il centro della città, dove volevano venire a svernare.

Questa domanda, che tutti avevamo sulla punta della lingua, ebbe ben presto la risposta. La sentinella ci informò che ci affrettassimo a preparare i letti per una ventina di feriti. Era stata colpita l’officina militare nella piazza accanto alla Camera del commercio e dell’artigianato. Quaranta e più operai militarizzati erano stati dilaniati, gli altri ancora in vita li stavano trasportando al nostro ospedale.

L’ampio corridoio, di giorno adibito a soggiorno per i pazienti convalescenti, si riempì ben presto di feriti, i primi ricevettero ancora delle sedie a sdraio d’emergenza, i successivi dovettero coricarsi per terra. era sconvolgente la vista di questi disgraziati impolverati e insanguinati, che si contorcevano e si lamentavano, simili a sacchi viventi.

Col superiore dell’istituto, il padre priore Longin Horak, ci mettemmo subito d’accordo su come soccorrere i feriti: dovevano ricevere i primi soccorsi coloro ai quali era ancora possibile salvare la vita, quindi una fasciatura provvisoria e qualcosa di tonico per essere poi avviati all’ospedale militare, dato che da noi non si potevano più eseguire interventi più impegnativi; agli altri casi disperati si dovevano alleviare dolori atroci.

Ancor oggi mi vengono i brividi quando penso a quel lavoro orribile, che abbiamo dovuto sbrigare nel corridoio in una pozza di sangue. […]

(Anton Brecelj. Un conforto, per la vita e per la morte, in Gorizia nella letteratura slovena. Poesie e prose scelte. A cura di Lojzka Bratuž. Gorizia, Goriška Mohorjeva družba, 1997, p. 122-124. Trad. Giovanni Tallone)