Testimonianze dei profughi di Oslavia: Angela Pavlin
Partimmo da Oslavje [Oslavia] il 25 maggio. Arrivammo a Gorizia da dove allora c’era il ponte nuovo, e là rimanemmo fino al 13 giugno; poi andammo a Ljubljana. A casa lasciammo quasi tutto: avevamo un negozio, l’osteria e la tabaccheria. A casa rimase parecchia merce, che non potevamo portare con noi. Non c’erano compaesani per trasportarla. Tutti dovevano trasportare per l’esercito, non per la popolazione civile. Noi avemmo lo stesso fortuna, visto che qualcuno ci aiutò. Nella nostra casa di sopra, in camera, ci misero il comando austriaco. C’erano due sloveni, Čermelj e Kodarin di Gorizia, che ci aiutarono a trasportare parte della merce, ma non tutta.
A Gorizia rimanemmo tre settimane, poi lo zio ci procurò un vagone ferroviario per partire e portare qualche cosa con noi: i pentolini per bere il caffè e un po’ di merce che avevamo in negozio. E poi dovemmo lasciare Gorizia, poiché se avessimo aspettato ancora, non avremmo trovato più il vagone ferroviario visto che i ferrovieri si trasferirono alla stazione di Ajdovščina [Aidussina]. In quel vagone eravamo in 36, della nostra famiglia in 9. Poi c’era la famiglia Klanjšček di 14 persone, la famiglia Čebej di 4 e quella di Hvala di 4.
Passammo per Trieste. A Divača [Divaccia], nostra madre cucinò un uovo. E poi proseguimmo, andammo avanti. Arrivammo a Sostanj vicino alla sevnica. Là si meravigliarono, non aspettavano tanta gente. Noi rimanemmo presso una famiglia, gli altri si divisero per le case, A Ljubljana non era male, a Podutik fui peggio. Anche a Dravcje non ci diedero da mangiare come avrebbero dovuto. Dopo un anno ricevemmo a Ljubljana due corone di sussidio per ogni membro della famiglia.
Quando eravamo profughi avevamo un’osteria, da “Denis”. Io e mia sorella lavoravamo nella fabbrica macchine sulla Dunajska cesta. Era il 1915, io avevo 17 anni, mia sorella 19. Faceva un lavoro pesante: trasportava la calce e alla stazione caricava il carbone. Io, invece, trasportavo il carbone per il fochista.
Quelli di Ljubljana non ci guardavano male, ma ci dicevano: “E’ arrivato il profugo…”. Nostro padre non partì con noi, rimase a casa a Gorizia, poiché aveva ancora vino da vendere. Ci raggiunse tre settimane più tardi. Portò con sè anche la macchina da cucire. Andò al controllo a Ljubljana, disse che era di Oslavje, e lo lasciarono stare. Andò prima a lavorare nella fabbrica di tabacco, ed in seguito rimase a casa.
La testimonianza di Angela Pavlin di Gorizia (classe 1898) è tratta da Dorica Makuc. Voci di guerra e di confine, in La gente e la guerra. Saggi. A cura di Lucio Fabi. Udine, Il Campo, 1990, p. 235-263.